CHE COSA SERVE AGLI INTERMEDIARI PER ADEGUARSI ALLE NUOVE NORME

Le due rappresentanze intervenute al Laboratorio degli Intermediari sono particolarmente attive in tema di procedure e tecnologie per essere conformi alla normativa. Che cosa caratterizza il loro operato?

 La loro missione, in questo specifico ambito, è rendere la normativa concretamente applicabile. Anche i legislatori di quei Paesi, esattamente come capita in Italia, stabiliscono i princìpi e che cosa va fatto, ma non entrano nel dettaglio del come e delegano la scelta a chi deve poi applicare le norme. I nostri relatori ci hanno segnalato l’importanza di associare a cosa la definizione di un come condiviso tra le autorità e coloro che hanno una conoscenza di dettaglio dell’operatività quotidiana.

È qui che si è inserito l’operato delle rappresentanze di Francia e Belgio. Il loro obiettivo è stato tradurre le normative in un sistema di attività e processi, supportati dalle tecnologie digitali, per rendere appunto attuabili le norme, cercando di minimizzare i costi e gli oneri per chi è chiamato a farlo.

 

Come si arriva a questo risultato?

Attraverso il confronto molto frequente e approfondito con le autorità di mercato, a partire dal momento in cui la normativa è emanata, il che implica avere consolidato negli anni una prassi relazionale. Obiettivo del confronto è la definizione di standard applicativi condivisi: accettati, cioè, dall’autorità di mercato e dalle rappresentanze. Per dirla con linguaggio figurato, gli standard costruiscono il ponte tra enunciazione e applicazione.

Rispetto alle disposizioni contenute in una certa norma, lo standard specifica, per esempio, quali dati un intermediario deve raccogliere e quali può non raccogliere. Il confronto serve anche a definire quale deve essere la base comune di dati del sistema assicurativo. Presupposto per arrivare a questo risultato è, in ogni caso, l’interesse comune di tutti gli operatori ad applicare bene la norma: gli intermediari e le compagnie sono rassicurati in merito agli adempimenti da compiere e le autorità possono strutturare in modo più efficace i controlli sapendo quello che devono verificare.

 

Al di là della comune missione di rendere applicabile la normativa, la modalità operativa delle rappresentanze di Francia e Belgio presenta delle differenze?

 AGEA, l’associazione francese, ci ha presentato la creazione di standard per il GDPR e la check list normativa che ha realizzato per consentire agli intermediari di verificare periodicamente la loro conformità alla regolamentazione.

Febrapel, la federazione belga, grazie a un lavoro di normalizzazione dei dati iniziato negli anni 80, ha costruito strumenti digitali di mercato che automatizzano l’attività, rendono efficiente l’applicazione delle regole e semplificano gli adempimenti. Per esempio, la standardizzazione dei dati da raccogliere digitalmente per essere conformi a una certa norma è accompagnata da uno standard digitale per la reportistica che crea così una saldatura tra attività svolta nella relazione con il cliente e documentazione utilizzabile in caso di necessità. Caso unico tra quelli che conosco, i belgi hanno sviluppato una formula per identificare potenziali clienti a rischio in tema di normativa sull’antiriciclaggio.

 

C’è qualche strumento particolarmente utile?

Quasi tutti gli strumenti presentati dai relatori meriterebbero di essere analizzati per capire se utili per la situazione in Italia.  In Belgio, uno strumento che deriva dalla volontà di avere un applicativo comune di mercato è quello che rende possibile ai clienti l’accesso a un database dove si possono consultare le proprie polizze, i sinistri e altre informazioni sulla propria storia assicurativa. È uno strumento di grande supporto per sviluppare la relazione con il cliente e indirizzarlo verso le soluzioni più adeguate al suo profilo.

 

Le esperienze di francesi e belgi possono essere un riferimento interessante per gli intermediari italiani?

Va detto, in premessa, che in Italia le rappresentanze degli intermediari si confrontano con le autorità di mercato e che la regolamentazione per applicare le norme è preventivamente aperta alla consultazione delle categorie interessate. Francia e Belgio si caratterizzano forse per una maggiore frequenza e intensità del confronto, che avviene a due livelli: all’interno del mondo assicurativo, per creare tra i diversi attori un consenso su cosa è auspicabile per applicare una certa norma; con l’autorità di mercato, per arrivare a standard condivisi. È un negoziato continuativo che dimostra come la cooperazione tra gli attori di mercato sia utile, ma vada costruita con una frequenza di rapporti e un impegno di tempo molto significativo.

 

Si potrebbe obiettare che l’Italia non è la Francia né il Belgio.

Negare le differenze dei diversi mercati sarebbe miope, come miope sarebbe non valutare quello che si può prendere dalle esperienze altrui, in un contesto che si muove lentamente verso un’omogeneizzazione. Sicuramente, come ci spiegano i giuristi, certi strumenti operativi utilizzati efficacemente in altri Paesi possono essere importati anche da noi. Mi domando, insomma, se almeno per una volta non ci convenga essere un po’ meno italiani e un po’ più giapponesi. Adattare quanto fatto dagli altri potrebbe accelerare il processo di semplificazione, così necessario per l’efficienza dell’attività d’intermediazione assicurativa.